Recensione: IN CILCA DI L’ASSENTU

 

 

 

                 

 

                  La pubblicazione della raccolta di poesie “In cilca di l’assentu” segna ufficialmente la consacrazione di un nuovo poeta: il tempiese Gianfranco Garrucciu.

La raccolta è pubblicata nella prestigiosa “La Biblioteca di Babele – Collana di Letteratura Sarda Plurilingue” diretta da Nicola Tanda per la Editrice Democratica Sarda.

In essa il poeta trova buona compagnia: tra gli altri G. Deledda, S. Farina, G. Dessì, S. Ruiu.

              Per la verità la nascita di G. Garrucciu come poeta porta la data del 2000 ed è stata una nascita, come tante altre, avvenuta nell’ambito dei premi di poesia “in limba”, che rappresentano per la gran parte dei poeti isolani quasi l’unica e comunque assai ristretta possibilità di farsi conoscere. Sola alternativa: la pubblicazione, la diffusione e la vendita a proprie spese.

           Nell’ambito dei concorsi letterari in lingua sarda il “Premio Prantaferru” di Paulilatino ben vide, assegnandogli il primo premio nella sezione “Poesia in rima” le qualità di Garrucciu, allora per noi totalmente sconosciuto.

Si presentò in quell’occasione ( X edizione, novembre 2000 ) con un testo ( “L’aggjutu – Cantu m’è accultu lu mari” pag. 2 ) che è tutto un’effusione affettuosa nei confronti del mare, personificato e trattato come un confidente dal poeta, che ad esso si rivolge, come da persona a persona, e da esso continua ad aspettarsi un’azione vivificante.

L’umanizzazione, la trasfigurazione poetica e l’intimità con esso accentuano sia la partecipazione emotiva sia il senso di attesa, di inquietudine, che affiora ineludibile, nell’ultima strofa, in quel “mali mutu” che arréca la so gruci”.

L’originalità di immagini e di soluzioni stilistiche, il lirismo moderno, la scelta efficace della trama lessicale e fonica conferiscono alla composizione un marcato rilievo poetico.

Nei termini esposti si espresse la Giuria in quell’occasione.

Era la seconda volta, se ricordiamo bene, che a Garrucciu veniva attribuito un primo premio  negli unici due concorsi a cui si era presentato.

In quella stessa edizione si classificò secondo nella “Poesia in verso libero” con la composizione “La Spiranza” (pag. 72). La giuria motivò nei termini seguenti l’attribuzione del premio:

             “La lirica tratta in maniera personalissima il tema della solitudine dei giovani e del loro arrendersi alla droga.

stanzi di fumu

sighini custrinti

camini di sulitai

bòiti di cumpagnia

undi sigura fini

è lu paldissi.

 

Ma grave colpa sarebbe, come dice il poeta nell’epigrafe premessa al testo, “paldì la spiranza”. Si tratta di poesia sincera e sofferta, tutta pervasa da immagini di forte negatività:

 

umbri pitrali

illi cieli sfatti

di la notti…

 

stracci di sònnii

si cùrrini pari pari

chena sititu e sensu

illi menti cunsumiti.

 

Il testo è altamente suggestivo per l’efficace trasfigurazione poetica di una piaga sociale ben nota, ottenuta con il ricorso a un lessico ricco di sonorità ed immagini pregnanti di valori simbolici ed evocativi, a metafore originali”.

             L’esordio era stato, quindi, dei più promettenti e il nostro concorso svolse funzioni di buona levatrice nel favorire la nascita del poeta.

           Nell’edizione successiva del premio ( 2001 ), Garrucciu si presentò con una composizione “Aria di li colti” che non ha trovato spazio nella recente pubblicazione, ma che necessita certamente di figurare in una seconda raccolta.

         Nella XII edizione ( 2002 ) il poeta ottiene un’altra affermazione, un secondo premio, con la poesia a versi liberi “Alu traggjettu” (pag. 128).

Questo il giudizio della Commissione:

       “Punta diritto verso il guado il pensiero di Garrucciu nella poesia “A lu traggjettu”, il lettore si domanda di quale guado possa trattarsi, così come l’autore fa, aprendo con due interrogativi il suo componimento. Sembra di capire che si tratti del mistero di quel mondo di ambizioni-illusioni, di ricerca di chissà quale traguardo appagante che ognuno di noi va rincorrendo.

Reale e surreale convivono in simbiosi in questo testo poetico dai toni intensamente lirici e palpitanti, dalle immagini ben definite e raffinate, atte a evidenziare forti desideri di libertà.

 

“undi si paldini li neuli

chi lenti

pònini infatt’a lu ‘entu…

ed eu chena pudelli filmà

li figgjulu…

li figgjulu e li paldu…

… comu li pinsamenti mei

chi libbari currini

scuntiviciati

a lu traggjettu”.

 

              Nella stessa occasione il poeta ottiene il terzo premio nella sezione riservata alla poesia in rima con “L’alta notti una fata…”,on trova però posto nella raccolta. Così come non vi trovano posto “Stasera” primo premio della XIII edizione (2003) e “L’intésa” (menzione d’onore).

Dalla silloge sono escluse anche “A gjugna cioccu di gjanna” secondo premio nel 2005 e “L’unda” terzo premio nel 2006 oltre a “E intantu intrina-arimani come oggji” primo premio nel 2007.

            Questa la storia della partecipazione, e dei successi, di Garrucciu al premio Prantaferru. Già nelle poesie ad esso presentate è possibile cogliere tematiche, peculiarità stilistiche, scelte lessicali, aspetti ritmico musicali che sono ampiamente presenti qua e la nei testi inseriti nel libro di cui discutiamo.

Le liriche raccolte sono 50, prevalentemente in verso libero, forma di espressione meno costrittiva rispetto a quella rimata, come Garrucciu stesso riconosce in una intervista ad Antonio Strinna nella rivista “Gemellae” (n° 37, Marzo-Aprile 2007, pag. 5).

Ma tutte sono pervase da un’aura musicale che è propria del galurese e che costituisce il loro fascino di fondo.

L’uso di questa varietà linguistica non significa una rassicurante fuga nel passato, non è nostalgia di tempi perduti, bensì strumento efficace per meglio esprimere l’immadiatezza degli eventi e dei sentimenti, i rumori, i colori, gli aspri profumi della realtà circostante, per cogliere il più vasto respiro del mondo.

        Dello stretto rapporto tra poesia e musicalità è testimonianza il CD “Undi compi li ‘entu -Poesia e Cantu”, riuscitissimo impasto tra le parole (dieci poesie di Garrucciu) e la musica di Vincenzo Murino, che con le sue note esalta la gjà forte suggestione musicale dei versi.

 

Molte poesie hanno la freschezza che deriva dal forte attaccamento alla terra, dal riferimento ad una realtà dalla quale è possibile attingere non solo tematiche, ma anche modalità stilistiche e linguistiche.

Possiamo ricordare, tra gli esempi più affascinanti, “Profumi d’un pugnu di tarra” (pag. 34):

 

“Dulci profumu di tarra

chi s’alza illa manu silena

finz’a li tivi s’insarra

l’ùmmidu presu illa ‘ena

l’asoru saori di sarra

fruttu d’amori e di pena

rena chi nétita assaggju

colta ill’anticu passaggju”.

 

Sono versi nei quali il significato e il significante trovano perfetta fusione, ma gli esempi posso essere numerosi. Così, in “la ‘ena di l’agnata”, il poeta si lascia andare all’incantata contemplazione di un ambiente a lui familiare, in cui

 

“mori lu ‘entu

illi canal infusi”

 

                           ed in cui una voce e una chitarra (quella di Fabrizio De André) accompagnano il rumorio del ruscello

“e in chissa ‘ena

undi mori lu ‘entu

nasci pa’ mìa

lu cantu”

 

            A muovere l’ispirazione del poeta è spesso l’attenzione alla natura, sia quando questa si palesa nei suoi aspetti violenti e distruttivi (“La piena” , pag. 64), sia quando si trasforma in puro lirismo, incanto, appagamento di fronte ad un chiaro di luna

 

“Cant’è chjara la notti

libbara di pinsamenti

illa marina calma,

liccichenti

bridda la luna

cu li so rai

ed eu ambaru

immobbili, cuntentu,

a apprizzià

chistu momentu”.

 

          Talora la sugggestione di un cielo stellato suggerisce sogni di riposo e di pace (“In cilca di l’assentu” pag 16):

 

“sinzéri pinsamenti in libbaltai

chi come frondi cilcani l’assentu

in chistu sònniu ch’è l’infinitai”.

 

        O sono il richiamo del mare e il desiderio di annullamento in esso a dettare versi come:

 

“Si fussia chistu mari

di li me’ passi l’ultimu riparu

no arìa campatu invanu

e come àia palduta ill’intrinata

turratu vi sarìa cuntentu

a lu me’ nidu”.

 

Ma si veda anche “V’à notti” (pag. 26).

         L’attenzione si rivolge altre volte a fatti di cronaca, diventa presa di coscienza delle piaghe sociali, come in “So cioani ch’aggju ‘istu” (pag. 38) o come in “…E ti sei palduta – come li steddi chi a volt si paldini” (pag. 30), dove il disperdersi autunnale di una foglia diventa metafora del drammatico perdersi di tanti giovani.

 

“… e ti sei palduta

palduta allonga

undi la timpesta

a gjugna tronu

suciarriggja furiosa

li debbili lamenti

e la to’ tribbulia

divintata è pal me

abà lu disisperu”.

 

         Altre volte è la memoria a diventare protagonista dei versi, come in “Tandu sì chi fiuccàa (pag. 140), o gli affetti familiari (“Un fiori” pag. 146).

         In altre occasioni è il richiamo nostalgico dei tempi dell’infanzia (“Vecchju carrulantoni”, pag. 154) o la riflessione della fugacità del tempo (“la caniola”, pag. 46, “L’anni”, pag. 122) o il sopraggiungere dell’aridità interiore e l’inaridisri dell’ispirazione (“Cilchendi trami noi”, pag. 160).

“lu tempu brusgja

l’ori e li minutti

e l’anni currini

sighendi lu ‘entu

………………

cone lu riu

chi mai s’arreggji

                         finz’a arrià a lu mari”  (“L’anni”).

 

O il commosso ricordo di Fabrizio De André (“Lu cantori” pag. 112)

 

“chì gjugna conca

e gjugna teggja antica

in chissa ‘addi

rifletti lu to’ cantu

lu to’ pinsamentu

e l’animu chi bola

in chissu ‘entu

come àlburu ch’annóa

si torra a vita

infusu da lu pientu”.

 

      Talora, infine, come in “Undi compri lu ‘entu”, l’onda musicale che pervade i versi prende il sopravvento anche su contenuto tematico, diventa un incantesimo dal fascino irresistibile che rapisce ogni attenzione del lettore:

 

“Nétitu e dulci m’arréa

lu ‘entu chi spigni lu mari

isciolta l’antica trubbéa

s’incendini fóchi e lampari

sireni chi l’aria sulléa

rilùcini e l’umbra scumpari

altari d’amori e di pientu

la rena undi compri li ‘entu”.

 

          Ecco, la lettura dell’intera raccolta va fatta con la piena disponibilità del lettore a lasciarsi coinvolgere dalla magia dei versi; e ciò consentirà di ascoltare i rumori del vento, di sentire i profumi della natura, di apprezzarne i colori, di sentirsi avvolgere da quell’atmosfera musicale incantata, che, lo ripetiamo,costituiscono il fascino della silloge.

 

 

                                                        Prof. Serafino Obinu

                                                    Presidente della Giuria del Premio “Prantaferru”