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Una persona con
cui spesso ci si trova in piacevoli conversazioni, Gianfranco
Garrucciu. Si può discutere di
tradizioni, di Tempio, della Sardegna, di cultura, ma
soprattutto di poesia; della nostra
poesia, quella spontanea e quindi della "sua" poesia, che nasce
dal cuore e spazia nella mente sulle ali del sentimento. Oserei
dire poesia di nicchia, ma sarei ingiusto con il poeta, oltre
che con l'amico. Lui, poeta "mietitore" di premi e menzioni, io
poeta di me stesso. Gianfranco è persona riservata, di non
troppe parole, ma di un carisma forte. Da molto tempo coltiva
la passione della poesia e ha sempre riversato sui fogli il
frutto dei suoi pensieri. Con un certa
noncuranza, fino a quattro anni fa, riflessioni ed
emozioni sono finiti inesorabilmente in un capiente cassetto.
Nel 2000, una brutta broncopolmonite lo costringe giocoforza a
letto e a casa. Si sa che durante le malattie le ore non passano
mai e così, il nostro, si decide a dare una piccola riordinata
al famoso cassetto trovando il tempo di riordinare anche le
proprie idee ed i propri pensieri.
Incoraggiato dalla moglie Graziella, sua
prima sostenitrice e dai carissimi figli, partecipa
al Concorso letterario "Isola di
Sardegna" promosso dall'AICS di Alghero
classificandosi al primo posto. Il fatto,
di per se, suscita in lui grande stupore e meraviglia e
anche se non nasconde una certa soddisfazione, resta fedele al
suo realismo e con i piedi ben piantati per terra. Una
riflessione logica lo tormenta e lo porta alla necessità di
misurarsi per vedere se effettivamente la "vena" è valida o se
si tratta solo di un fatuo fuoco di paglia. Non ne avrebbe fatto
un dramma, ma fortunatamente non è
così e da quel giorno inizia l'ascesa del poeta Gianfranco
Garrucciu, nato a Tempio il 20
settembre 1952 da una famiglia di ceto medio (il papà era un
artigiano sugheriero), di
professione Tecnico della prevenzione e dell'Ambiente della
AsI.
2. La poesia diventa per lui
una attrazione primaria che fa
trascurare in un certo senso la passione per la piccola vigna
paterna rendendola però complementare. Ogni momento è buono per
coniugare idee e pensieri, le ansie e gli umori, per avere
l'ispirazione, seguendo attentamente tutti gli stimoli percepiti
all'esterno, ascoltando e osservando, vivendo esperienze e
cogliendo gli spunti per formare alla fine un concetto logico.
Così assemblate, le varie tracce, diventano in uno o più attimi,
il lavoro finito, cioè la poesia, cioè "la canzona". Niente di
appositamente costruito, niente di
artefatto, ma solo il risultato di'sensazioni e di sentimenti
provati e appunto vissuti;riflessioni
inferiori che riguardano un contesto reale della vita di tutti i
giorni, comprese le gioie e le angosce. Il guaio è che lui non
dirà mai di essere un poeta. Sono gli altri che glielo
ricordano.
Quattro anni vissuti da autentico
protagonista, con un nutrito palmares e una carriera da
brivido: ben 75 tra primi e secondi premi.
E per primi premi intendiamo il
Montanaru di
Desulo, Sant'Antoni e su
fogu di
Mamojada, Prantaferru di
Paulilatino (2 volte),
Lungoni di Santa Teresa Gallura (2
volte), Arborense di Oristano,
Seunis di
Thiesi (2 volte) Tilocca di
Ossi e altri, oltre ai secondi premi di
Pattada, Posada,
Vallermosa,
Benetutti, Luras ecc.;
premio speciale Tonino Ledda di
Ozieri, menzioni al
Nosside di Reggio Calabria e a
Viterbo. Ultimo in ordine di tempo il primo premio a
Santulus-surgiu (Ass.
Elighes 'uttiosos).
Roba da guinness. Posso dire di
sentirmi altamente onorato di essere concittadino e amico di
Gianfranco e potergli dedicare queste modeste righe ad onore
della sua gloria e della sua crescente fama che auguro
imperitura, al pari di quella del famoso Don
Baignu (Don
Gavino Pes) e di tutti gli
altri poeti che la Gallura e la Sardegna possono
vantare. A questo poeta, cantore dell'Arcadia (Tempio
1724/1795), ha voluto intitolare un premio di poesia, ideandolo,
proponendolo, stilando il bando e ricercando i componenti
della giuria.
Tale premio, fatto proprio e patrocinato dal
Gruppo Folclorico "Accademia
Tradizioni Popolari Città di Tempio", articolato nelle due
sezioni in rima e a verso libero, ha riscosso un enorme
successo poiché ha visto la
partecipazione di ben 104 componimenti di altissimo spessore.
Con il tempo matura anche
una certa passione che tende comunque ad esprimere i
diversi stati d'animo e situazioni di fatto, non trascurando
affatto i delicati risvolti dell'aspetto sociale. A volte si può
cogliere un parallelo con il grande Fabrizio de
Andrè relativamente al grosso
problema dell'emarginazione. Del cantautore ha voluto onorare la
memoria con alcuni bellissimi componimenti: "La 'ena
di l'Agnata", "Femini"
e "Lu Cantóri".
Questa vitalità e questa
attività abbastanza intense portano Gianfranco ad
affrontare anche altri percorsi dove
poter esprimere creatività ed impegno, vedi la produzione e la
pubblicazione di un C. D. dal titolo "Undi
compri Iu 'entu"
(Dove si placa il vento), un lavoro di qualità contenente 10
poesie musicate e cantate da Vincenzo
Murino, con prefazione dello storico e saggista Giacomino
Zirottu e del noto compositore Gian
Franco Strinna. Leggendo le opere di
Gianfranco si ha la sensazione di
essere presi per mano e condotti in un percorso già noto,
comune, familiare: il sentiero della vita.

Fabrizio De Andre
L’ultima
gjanna
(Primo premio
Desulo 2003)
Lachetila
falà l’ultima
gjanna
ch’
in capu d’oldini
abà lu
tempu arrea
palchì
pruzzedia cun
gjusta cundanna
a
li piccati d’una ‘ita
intrea
e
s’è lu pientu
chi l’animu
sullea
sarà
vesparu tristu
a festa manna.
Lachetila
falà l’ultima
gjanna
ch’è
siccatina la
pampana illa ‘igna
illu
balconi meu
tuttu s’appanna
e
chidda frina
frisca mi
carigna
una
stagioni ch’è di manu ‘ndigna
amabbili
l’ottugnu chi m’inganna.
Lachetila
la gjanna meza
chjusa
palchì
mi dàchia folza
calche luci
di
no videmmi come cosa
rimusa
come
lu Cristu
presu e postu
in gruci
Abbandunatu
chena soni o
boci
e
d’intindè da fora calche risa.
Lachetila
falà la
gjanna mea
chistu dummandu ch’è l’unic’ubbricu
imbeltulatu
cu la me’
trubbea
voddu
agabbà cussì
lu me’
casticu
no
sia lu buggju
a fammi di’nnimmicu,
ma
sia la luci fittiana Dea.
Lachetila
falà, ma no
chjuditi
di
lu ch’è statu
mi cunzedi
assaggju
e
poi m’ammenta di li dì
cumpriti
cussì
m’allevia e mi polta curaggju
innanzi
di paltì pa’
lu ‘iaggju
di
lu me’
arru, di li
ciurrati friti.
L’ULTIMA PORTA
Socchiudetela l'ultima porta / che il
tempo è alla fine del filare / così che pro-| ceda con la
giusta condanna / per i peccati di una
intera vita / e se è il pianto! a
sollevare l'anima / sarà un vespro triste ad una grande festa. /
Socchiudetela! l’ultima porta /
perchè sono secche le foglie di vite nella vigna / nella mia
finestra tutto si appanna / e mi accarezza quel venticello
pungente / una stagione inaffidabile / l'autunno, amabile, ma
traditore. /Lasciate quella porta mezza chiusa /
affinchè possa darmi forza qualche
luce / tanto da non sentirmi come cosa messa da parte /
come Cristo preso e messo in croce / abbandonato senza suoni o
voci / voglio sentire da fuori qualche risata. / Lasciatela
socchiusa la mia porta / questo vi chiedo e ve ne sono grato /
coinvolto nelle mie pastoie / voglio finire così il mio castigo
/ non sia il buio ad essermi nemico / ma
sia la luce Dea sempre presente. / Lasciatela socchiusa, ma non
chiudete / di quello che è stato mi concede un assaggio / e mi
ricorda dei giorni passati / così mi da sollievo e mi incoraggia
/ prima di partire per il viaggio / verso il mio inverno, verso
i giorni freddi.

Gianfranco Garrucciu a sinistra
con al centro Mario
Ledda presidente del circolo dei
sardi "Su Nuraghe" di Fiorano,
nonché fondatore del museo Ferrari
di Maranello.
A
destra Emilio
Rentocchini di Sassuolo, definito
dall'Espresso ''Uno dei massimi poeti italiani viventi"
Tutto diventa visibile, tutto diventa
palpabile, compresi i ricordi e i momenti della meditazione e
dell'addio, come in questa struggente lirica dal significato
profondo, composta da versi che raggiungono vette eccelse di
sublimazione e che offro a cuore aperto a
nome del mio amico. Il commento lo farete da soli, anche se la
traduzione, imperfetta perché letterale, non potrà rendere loro
minimamente giustizia.
Recensioni e commenti si sprecano,
ma credo che le valutazioni più corrispondenti e veritiere
siano quelle dettate da chi meglio lo conosce, ne cito due per
tutti, entrambe di carissimi amici che hanno condiviso o
condividono con lui momenti diversi, di lavoro o di svago.
Essere amici non vuole dire necessariamente incensare, ma dare
atto e merito ad una persona dotata di una sensibilità non
comune, che avrebbe meritato, nella
sua città, tutta la stima e la considerazione che gli spetta e
che altri gli riservano.
"Quando, all'incirca un anno fa,
Gianfranco mi offrì la lettura di
una sua poesia considerai questa opportunità come una
privilegiata preferenza accordatemi per poter viaggiare ancor
più timidamente nell'animo di colui che quasi
fa parte del mio quotidiano, compagno
di lavoro che ci accomuna, l'amico di tanti anni. E dall'amico
ti aspetti di tutto, anche di rivelarsi, seppur timidamente ed
a tua insaputa, abile narratore dei tuoi sentimenti, vivace
pittore dei paesaggi dove vivono le tue emozioni. Si, perché
leggendo la poesia, sentivo quanto fossero
accordate le sue espressioni con le note che toccava il mio
animo, nate appena, mentre ne leggevo i versi. E nel rendergli
merito per essere riuscito a farmi esplorare il mio recondito,
quasi lo rimproveravo per la sua titubanza nel proporsi, per la
sincera modestia ed il garbo nel manifestarsi... Credo che la
prova stia proprio in questo, nel saper raccogliere il testimone
di ogni istante che ci appartiene riuscendo a comunicare agli
altri l'eternità di "quell'attimo"
così da farlo diventare testimone del tempo e nel tempo."
Alberto Lentinu, sindaco di
Luras.
"Se anche Gianfranco
Garrucciu non si
fosse un giorno deciso a tirar fuori dal cassetto i suoi
versi, credo che quelli, presi dalla disperazione, avrebbero
cominciato a risuonare dentro il cantuccio in cui erano
clandestinamente nascosti, per poi filtrare la loro musica
attraverso le fessure del mobile, diffondersi per la stanza,
autoamplificarsi dalla finestra di casa giù fino alla strada e
chissà dove ancora sarebbero giunti, pur di farsi ascoltare,
non fosse che, un bei giorno (che io immagino senza un filo di
vento e con un sole tiepido e ammiccante) il nostro poeta quella
musica straripante l'ha veramente sentita, ma di dentro, come
un'urgenza, come una polla d'acqua sorgiva che premesse per
venir fuori, gli risalisse nelle vene e straripasse dalla sua
bocca, imbarazzata ma finalmente liberata da un'insana pudicizia
che un poeta della sua pezza non poteva affatto permettersi....
Il suo è innanzitutto il gallurese
di Tempio, così tenace semplice ricco incontaminato e genuino
allo stesso tempo; ma è anche e
soprattutto la sua lingua materna, letteralmente materna.
Gianfranco ha confessato che, quando scrive, è come se si
rivolgesse alla madre, che gli parlava in
tempiese e a quanto pare
sopraffino versatile dolce arcaico. Le sue liriche sono pensieri
musicati. "
Riccardo Mura, scrittore.
Ma lui, anche se orgoglioso e conscio delle
proprie capacità e di questo successo, resta sempre Gianfranco,
per gli amici e per tutti, con quella naturalezza, con il
solito modo di fare, con l'aria sorniona e l'eterna sigaretta
fra le labbra, ma con qualcosa di più: una luce più intensa in
quei suoi occhi ermetici.
Giuseppe
Sotgiu
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