Anche questa pagina vuole essere un contributo alla conoscenza non solo della nostra lingua, ma soprattutto della sua letteratura e del suo autore più rappresentativo che ci ha trasmesso con i suoi scritti, da uomo di cultura quale era, le cadenze del canto e della tradizione poetica della gente di gallura.

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DON GAVINO PES

 

 

 

Questo lavoro di ricerca è stato effettuato dagli studenti dell’Istituto Tecnico “Don Gavino Pes” di Tempio sotto la  guida sapiente dalla Prof.ssa Paola Scano.

A loro va il nostro sentito ringraziamento.

 

 

 

 

Biografia                     (Di Filippa Cossu. Pier Franco Carbini. Samantha Lissia)

Don Gavino Pes, meglio noto in tutta l’isola come “Don Baignu”, nacque a Tempio il 31 luglio 1724.

I     genitori Antonio e Maddalena Sanna erano nobili persone ed ebbero altri sette figli che educarono con grande dedizione per farne onesti cittadini.
 

II      padre voleva che Gavino seguisse le sue orme diventando un buon avvocato, ma l'educazione ricevuta dal canonico Diego Ferrau gli prospettò la possibilità dì farsi prete.
 

Don Baignu frequentò a Tempio il collegio degli Scolopi dove apprese le Lettere Umane. Subito dopo si dedicò agli studi di Teologia che superò con buoni risultati. Il corso degli studi si concluse con l'ordinazione sacerdotale che gli permise di dedicarsi quasi totalmente alla poesia.

Lo studio dei libri poetici impegnò la sua giovinezza ed una parte della sua età matura. Tale dedizione poetica gli fu possibile grazie al reddito di un beneficio semplice e perché ottenne una grossa pensione ecclesiastica da un canonicato di Cagliari al quale aveva rinunciato suo zio paterno Don Antonio Francesco Pes.

Don   Gavino,    inoltre,    faceva   l'usuraio   giustificando   questa    attività   con l'affermazione che aveva abbassato il tasso di interesse

Le sue poesie, il cui tema era la bellezza, il piacere e l'amore, erano ispirate dal gentil sesso. Dettate tutte in dialetto gallurese. Vi si scorge una tenerezza, una, delicatezza   di   sentimento   ed   una   spontaneità   tale   di    verso   che   rapisce nell'ascoltarle. A ciò contribuisce l'armonia e la gentilezza della lingua svelta, vivace ed espressiva.

I    critici amano mettere in risalto questi aspetti positivi della sua arte, ma criticano anche la gonfiezza dei paragoni, l'abuso delle sentenze morali e lo sdolcinamento delle espressioni, imitazione della  scuola metastasiana propria dell'epoca, tanto da attribuire a Don Gavino l'appellativo di Metastasio Gallurese.

Una valutazione attenta distingue due diversi periodi della sua vita e insieme della sua produzione poetica.

II      primo periodo della vita di Don Baignu (giovinezza e prima maturi à) è sprecata nel sollazzo peccaminoso dominato dall'Eros e le poesie sono per la maggior parte amorose. Il trovatore gallurese canta i vari casi d'amore, le passioni, le dolcezze, le paci degli amanti e cantando i casi altrui narra anche i propri.

Il  secondo periodo (vecchiaia) è dominato invece da Thanatos (Morte) e la produzione poetica si eleva in ogni senso: per spessore e validità di contenuti, per forma lucida ed ispirata e per lirismo quasi sempre alto e nobile. Gli anni passarono amando e poetando finché fra questi bei sogni e follie il poeta si ritrovò giunto alla vecchiaia dove scrisse canzoni che sono meritatamente ritenute le i sue produzioni migliori e in cui troviamo gli errori passati sanati dai pentimento e ! da una speranza di vita migliore. Dopo la sua conversione non volle più poetare e : mandò alle fiamme moltissimi suoi componimenti che accendevano troppo con le dolcezze della melodia poetica l'amore profano.

Un canonico di Tempio, vissuto qualche tempo dopo Don Baignu, fece scolpire sugli architravi delle due porte della sua casa, due massime:  "Demus annos carpari" (Abbiamo dato gli anni ai corpo) e "Demus ammae dies" (Diamo almeno gli ultimi giorni all'anima).

Queste massime sintetizzano la vita di Don Gavino Pes.

Fu particolarmente devoto alla Madonna e abbellì e decorò la cappella a lei dedicata nella Chiesa dei Padri delle Scuole Pie, oggi trasformata in teatro.

 

Giunto all'età di settantadue anni, attaccato da foltissime febbri, cessò di vivere a Tempio il 24 ottobre1795.

 

Fu sepolto nella Chiesa di San Francesco presto dimenticato dalla città di Tempio.

 

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Tempio ai tempi di Don Gavino Pes  (di Riccardo Mura - Daniele Ricciu - Alberto Truddaiu)

 

 

È interessante vedere in quale contesto storico si colloca la figura e l'opera di Don Gavino Pes, in qual modo la sua ispirazione si accorda all'ambiente e al momento storico di cui egli è espressione.

La popolazione di Tempio nel, 1700 era prevalentemente analfabeta, anche se non si trattava di gente rozza o primitiva. Qui; fin dal 166 esisteva una delle pochissime scuole superiori della Sardegna dove, a una quindicina di alunni, si insegnava il latino, la filosofia, la musica e la teologia. Le fanciulle attendevano alle faccende domestiche, ma la passione per la poesia qualcuna la coltivava. In un codice di proprietà del Comune restano componimenti di una poetessa del '700 (Donna Vittoria),

Pur nel rispetto dèi costumi antichi, penetrano a Tempio, più che altrove, soffi di novità, e le donne sono fra le prime a vestire alla maniera delle "continentali".

I tempiesi e galluresi non sono certo degli intellettuali, ma già avvertono l'esigenza di un mondo operoso e socialmente impegnato. Questa evoluzione del costume influenza anche la poesia che si raffina e acquista ambizioni letterarie perché deve rispondere ad un ambiente e

ad un pubblico più esigenti.

L'economia si evolve e si accentuano le divisioni sociali, riscontrabili anche nell'architettura. La gente più umile vive nella casa "tarrena"., con "lu fuchili" al centro dell'unico ambiente e il tetto di graticci di canna. La nobiltà invece ha, fra i suoi segni di distinzione, anche quello di abitare in palazzetti di tono aristocratico, ornati da balconate di legno sulle facciate di granito a vista. In una di queste, un palazzo a tre piani di pregevole fattura, tipica delle dimore dei cavalieri del tempo, il prof. Giulio Cossu ha individuato la casa natale di Don Gavino Pes al n°2 di via Monsignor Capece. Da un punto di vista storico dopo la guerra di successione spagnola, la Sardegna diventa prima austriaca (1713) poi definitivamente sabauda (1720).

Nella seconda metà del 1700 il ripopolamento delle campagne galluresi e la privatizzazione delle terre si intensificano. I salti solitari, ricoperti di boschi impenetrabili, si trasformano in stazzi,   i   pastori   diventano   contadini.   A   quest'opera   di colonizzazione contribuiscono in larga misura gli abitanti di Tempio e delle  altre ville dell'interno,  insieme a quelli provenienti dalla vicina Corsica.

Alla fine del  secolo, la- fisionomia della Gallura, caratterizzata dall'habitat disperso dell'economia agropastorale degli stazzi e dalla parlata corso-gallurese, può dirsi ormai fissata.

Il mutamento non avvenne senza traumi: il banditismo gallurese del 1700 mise a dura prova le forze dello Stato. Ogni pastore era un potenziale bandito un contrabbandiere. Ma anche i nobili delle ville traevano dal banditismo i loro frutti. Il marchese di Rivarolo scriveva nel 1756, riferendosi a Tempio: - La maggior parte dei cavalieri di detta villa, che è una delle più popolate e cospicue del Regno, vivono di contrabbando e tengono mano alle rapine dei banditi.

La popolazione di Tempio ammonta, nel censimento del 1698 (l'ultimo del periodo spagnolo) a 3867 anime, sale a 4500 alla fine del secolo, mentre Terranova Pausania, l'attuale Olbia, ne conta meno di 500, per arrivare ai 7000 abitanti registrati nel censimento del 1821.

 

Le chiese campestri, numerose già nel periodo spagnolo, assunsero un ruolo non solo religioso, ma anche sociale. Le feste patronali inducevano i contadini-pastori a sospendere le attività per incontrarsi e vivere momenti importanti di pace e d'allegria, durante i quali si creavano occasioni in cui si poteva esprimere l'estro dei poeti nelle forme tipiche della poesia d'occasione, del canto e della musica galluresi. Tra il 1774 e il 1776 vengono create quattro nuove parrocchie sussidiarie: San Pasquale, San Francesco d'Aglientu, Santa Maria d'Arzachena e San Teodoro. Mentre nelle campagne galluresi si evolve il ruolo economico e sociale dei pastori-contadini, a Tempio si rafforza progressivamente il potere della nobiltà. La fedeltà ai Savoia segna la fortuna di molte famiglie tempiesi: i Valentino diventano conti di San Martino e i Pes marchesi di Villamarina. La classe dei notabili tempiesi, legata in precedenza allo sfruttamento di vaste proprietà mediante l'opera di pastori e di braccianti, verso la fine del secolo rafforza i suoi legami con l'amministrazione dello Stato e con il potere ecclesiastico, campi in cui molti tempiesi raggiunsero posizioni di notevole riguardo. Tale processo consolidò anche il ruolo e la potenza di Tempio nel Regno fino a diventare sede di istituzioni importanti come il Vescovado, il Tribunale, l'Ufficio di Registro, capitale insomma della Gallura, capace di esprimere nel 1816, un Viceré nella figura di Giacomo Pes di Villamarina, con il quale ha inizio il periodo della dominazione degli uomini di Tempio a Cagliari. Il mito della superiorità culturale di tempio sul resto della Gallura e dell'intera Sardegna nasce proprio in questo momento della storia, quel mito che oggi sopravvive solo a livello di luogo comune, quella superiorità di uomini e di idee che oggi è considerata nient'altro che paddha tìmpiesa. È questo il periodo, per tanti versi esaltante, che fa da sfondo alle vicende terreni di Don Baignu, un'epoca definitivamente tramontata ma che si fa forte della nostra memoria storica nella quale il quale il prete-poeta deve continuare a mantenere una posizione di riguardo e di prestigio.

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Il Catullo Gallurese                                                                                        

 

 

Da un'attenta analisi della produzione poetica di Don Gavino Pes, sono emersi alcuni aspetti che rispecchiano temi della poesìa classica catulliana Don Gavino Pes viene definito il "Catullo Gallurese".

Gaio Valerio Catullo, poeta latino del primo secolo a.c., apparteneva ad un'agiata famiglia veronese. Il fascino immortale e squisitamente romantico dei versi di Catullo rimane innegabilmente legato all'intensa passione del poeta per la bellissima Lesbia; ciò nonostante il "liber" catulliano non si presenta esclusivamente come un raffinato e aristocratico romanzo d'amore, ma rileva piuttosto la complessità dei sentimenti di un uomo: di qui la sua fortuna senza tempo. Gli inni alla bellezza e alla più veemente passionalità , si alternano alle tristi e malinconiche riflessioni sulla difficoltà dei rapporti amorosi.

La libertà d'ispirazione che caratterizza la poesia di Catullo, sfugge ad ogni tentativo di sistematizzazione tematica: l'ordine che il poeta ha imposto alla sua poesia è quello dettato dall'amore e dalla gelosia, dal sarcasmo e dal furore, istintivi moti del cuore dominati comunque da un eccezionale equilibrio.

Il primo periodo della vita di Don Gavino Pes è dominato dall'eros e le poesie sono per la maggior parte amorose. Il trovatore gallurese canta con più fortuna di altri poeti, i vari casi d'amore, le passioni, le dolcezze, gli affanni,  gli sdegni, le paci degli amanti.

Nel secondo periodo prevale invece il Thanatos e la produzione poetica si eleva in ogni senso: per spessore e validità di contenuti, per forma lucida ed ispirata, per lirismo quasi sempre alto e nobile.

Gli anni passarono amando e poetando, finché tra questi bei sogni e follie si trovò giunto alla vecchiaia. Allora cantò le canzoni più robuste e sentenziose, che sono meritatamente ritenute le sue produzione migliori.

Dopo la sua conversione non volle più poetare e mandò alle fiamme moltissimi suoi componimenti, che accendevano troppo con le dolcezze della melodia poetica, l'amore profano.

Si ripete cosi anche per Don Baignu lo schema ormai collaudato della vita divisa in due parti: la prima parte, quella della giovinezza e della prima maturità, sprecata nel sollazzo peccaminoso; la seconda parte, quella della vecchiaia, sanata dalla conversione, dedicata alle opere di bene.

 

"Tantu tempu era muta

la me' poara Musa e oggji è molta!

Da lu chjodu è caduta la me’ cetara

e l'aggju in pezzi accolta.

Lu me’ laru è siccu

chi illu me’ fronti

fesi calchi spiccu"

 

(da "Lu Pintimentu")

In  base  a  quanto  detto, presentiamo  alcuni riferimenti tra la produzione di Don Gavino Pes e la poesia classica. Amore e morte sono gli estremi forti di tutta la sua vita e delle espressioni più alte della sua poesia. 

Don Baignu conosceva certamente il detto  scritturistico:   "Fortis  ut  mors  dilectio" l'amore è forte come la morte, ed ha sperimentato nella sua carne prima, ed ha tradotto nei suoi versi dopo, la forza dell'amore e della morte.  

Non si poni risistì

Chisti dui estremi folti

Lu idetti è la me molti

Lu no ìdetti è muri

Questi versi sono un'evidente derivazione dell'"Odi et amo" catulliano. "Odi et amo, quare id faciam fortasse requiris. Nescio, sed fieri sentio et excrucior".

Lu  più crudeli dispettu

chi po' timi lu me' cori,

l'alta notti, oh, chi ORRORI,

aggju in sonniu pruatu:

mi parìa chi abbracciatu

aìa un altu suggjettu!...

Ti ‘idìa la me' 'ita

Cuntenta di la to' solti                           

Irridendi illi me' pesi

La poesia "Sonniu", da cui abbiamo tratto i versi sopra citati, deriva dal carme"LI" di Catullo, che a sua volta imita la celebre ode di Saffo, detta della gelosia.

Amore e gelosia (frammento 137=130-131) 

 

"Eros che scioglie

le membra ancora mi squassa

dolce amara

invincibile fiera.

 

Attis,

a te venne in uggia

di pensare a me,

e Verso Andromeda voli."

Il poeta, come Mimnermo, Anacreonte e i poeti elegiaci, in generale, piange la caducità di ogni cosa, la giovinezza che s'allontana, la vecchiaia che sopraggiunge.

Canta, Don Baignu, maggio fiorito, un ruscello impetuoso e superbo, ma l'antico vigore non è in un uomo canuto, la giovinezza non risorge dalle ceneri come 1' "araba fenice".

Lu tempu

 

 

                   

Palchì no torri, dì, tempu passatu?

Palchì no torri dì, tempu paldutu?

 

                   

Torra alta 'olta, torra a fatti meu,

tempu impultanti, tempu priziosu,

tempu, chi vali tantu cant'è Deu

pa’ un cori ben fattu e viltuosu.

Troppu a distempu, o tempu caru, arreu

A cunniscitti, oh pesu aguniosu!

Cantu utilosu mi saristi statu,

tempu, aènditi a tempu cunnisciutu!

 

                   Palchì no torri, dì, tempu passatu? ecc…

 

Tempu, ch’in cuntinu muimentu

poni tutta la to' stabbilitai,

chi la to' chietù, lu to' assentu

cunsisti in no istà chietu mai,

ritruzzedi pal me ch'era ditentu,

Candu passesti, da un sonnu grai:

Ah! si turrai, tempu malgastatu,

chi bè, chi t'aarìa ripaltutu!

 

                   Palchì no torri, dì, tempu passatu? ecc…

 

Tempu, chi sempri in gjusta prupulzioni

di lu to’ motu in gjiru andi a la sfera,

n'aggji di me, ti précu, cumpassioni,

ritorrami a prinzipiu di carrera;

di l'anni mei l'ultima stasgioni

cunveltil'alta 'olta in primmaera.

L’esse lu ch’era a me sarà nicatu,

ch'insensibili tanti ani uttinutu?

 

                    Palchì no torri, dì, tempu passatu? ecc…

 

L'alburu tristu senza fiori e frondi,

vinendi maggju, acchista frondi e fiori:

a campu siccu tandu currispondi

un beddu traciu d'allegri culori;

supelvu salta di ‘arru li spondi

riu d'istìu poaru d'umori:

e l’anticu vigori rinuatu

no sarà mai in un omu canutu?

 

                     Palchì no torri, dì, tempu passatu? ecc…

 

La salpi 'ecchja chidd'antichi spoddi

lassa, e si 'esti li so' primmi gali;

da li cìnnari friti, in chi si scioddi,

chidda famosa cedda orientali

rinasci, e tantu spiritu rigoddi,

ch'agili come prima batti l'ali:

e l’animu immultali rifulmatu

no vidarà lu so' colpu abbattutu?

 

                     Palchì no torri, dì, tempu passatu? ecc…

 

La notti è pal vinè, la dì s'imbruna

candu lu soli mori in occidenti;

a luci poi torra tutt'in una

candu rinasci allegru in orienti:

e la suredda, la candida luna,

da li mancanti torra a li criscenti:

e un omu cadenti in chiddu statu

no de' turrà, da undi è diccadutu?

 

                    Palchì no torri, dì, tempu passatu? ecc…

 

Tempu dispriziatu, torra abali,

ch’aggju di ca se’ tu cunniscimentu;

torr'oggji chi cunnoscu cantu 'ali,

chi pruare’ tutt'altu trattamentu.

Ah! d'aetti trattatu tantu mali,

no possu ditti cantu minni pentu!

Cunniscimentu, ah cant’ai taldatu!

A passi troppu lenti se’ 'inutu!

 

                     Palchì no torri, dì, tempu passatu? ecc…

 

No timì, tempu meu, d'impliatti

in bassi e falsi immaggjnazioni,

in fa' teli di ragni, o in chiddi fatti

cuntrari a lu bon sensu, a la rasgioni,

in chimèri, in dillìrii, in disbaratti,

muttìi di la me' paldizioni.

N'aggji cumpassioni, tempu amatu,

d'un cori afflittu, confusu e pintutu.

 

                    Palchì no torri, dì, tempu passatu? ecc…

 

Di dugna stanti toiu appruvittà

voddu, senza passacci ora oziosa:

ne pensu più palditti in cilibrà

li grazii, li primori d'una rosa,

ch'in brei in brei a cunniscì si dà

cantu è vana, caduca, e ispinosa.

Dulurosa mimoria, ch'ispuddatu

m'ai di gusti, e di peni 'istutu!

 

                    Palchì no torri, dì, tempu passatu? ecc…

 

Si cuminciàa di nou a viì,

dia usà diffarenti eccunumia:

paltìcula mancu di la dì,

senza implialla be', passacci dia:

chi ben pruìstu, innanzi di murì,

pa l'ultimu 'iaggju mi sarìa.

Oh alligria! oh tre volti biatu,

tempu, candu da te fussi attindutu'

 

 

                   Palchì no torri, dì, tempu passatu?

                   Palchì no torri dì, tempu paldutu?

 

                           o o o

E ancora:

 

Gjà v'arìa spassatu

si fùssia si mai e mai!

Oggji socu in tanti guai

poaru 'ecchju e malatu.

 

Si turràa pili brundu

com'era abà trent'anni

ni dia bucà da l'affanni

paricchji di chistu mundu

 

Oggji socu muribundu

incrisputu e isdinticatu.

 

                           o o o

È evidente il riferimento alla poesia "Come le foglie" di Mimnermo.

".. .Ma le nere sorti sovrastano l'una recando il termine di vecchiaia molesta, l'altra di morte: e per poco dura di giovinezza il frutto, quanto sulla terra si spande il sole.

Ma appena poi questo termine di tempo sia trascorso Subito morire, ecco, è meglio che vivere

 

Palchì no  torri, dì  tempu passatu ?

Palchi no torri, dì, tempu paldutu?

Porra alta olta, torra a fatti méu,

tempu impultanti, tempu priziosu,

  tempu, chi vali tantu cante Deu,

pa' un cori benfattu e viltuósu...

                                     OOO

Troppu a distempu o tempu caru, arreu

A cimniscitti, (o pesu aguniosu)...

                                     OOO

Tempu chi in un continu mumentu

Poni tutta la to stabilitai,

chi la to' chietù, lu to assentu

cunsisti in no' istà chietù mai;...

 tempu disprizziatu, torra abali

 chi aggju di ca’ se' tu cunniscimentu!

 Torra oggji chi cunnoscu cantu ‘ali

chi pruare’ tutt'altru trattamentu...

 

Possiamo collegarci alla poesia di Anacreonté "Terrore della morte":

"Canute oramai le terapie   .

sono e bianco il capo,

e giovinezza amabile

non è più meco,

ma vecchi sono i denti..."

 

 

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L'entroterra culturale   

È indubbio che la grande poesia nasce da doti di istintività e spontaneità, ma certamente una solida cultura di base permette al poeta di perfezionare la tecnica e raffinare la struttura e la musicalità dei versi. La poesia di Don Gavino è certamente spontanea e genuina, ma una attenta lettura evidenzia la sua profonda familiarità con i poeti della cultura latina e di quella più vicina ai suoi tempi. Tre sembrano essere i punti di riferimento più marcati: Catullo, Petrarca e Metastasio. Un filo sottile lega attraverso il tempo l'esperienza di questi grandi,  espressioni di momenti storici e di culture assai differenziati: l'amore come tormento, i sospiri cocenti, la disperazione, il rimpianto, l'incertezza la contraddizione dei sentimenti estremi.

Di Catullo, grande poeta latino, il Pes riprende il concetto di "Odi et amo" con un sottile erotismo che non conosce tempo, età o condizione sociale

Al Petrarca lo legano affinità elettive e scelte di vita: il sacerdozio, l'amore tormentoso, il sottile rimpianto dell'età matura per avere amato .più le gioie della carne che non quelle dello spirito.

Del Metastasio, poeta amatissimo ai.sui tempi, e di tutto il movimento dell'Arcadia, il Pes fa sue la musicalità del verso e la superficialità dei sentimenti capace però di commuovere e incantare.

L'Arcadia "di li pastori" era però una realtà assai lontana dalla "Gallura di li pastori" terra di gente semplice e di sentimenti forti che egli seppe elevare a dignità d'arte.

Ma, al dì là di questi " padri spirituali e maestri di poesia",  Don Baignu ha una sua precisa e spiccata personalità. Al manierismo si mescolano doti di spontaneità e di arguzia,  soprattutto nelle composizioni più popolaresche che la tradizione popolare gli attribuisce. Il gioco sottile che intreccia  malinconia ed umorismo è forse la formula magica del suo successo e della sua popolarità e, a un tempo, l'elemento che lo rende inconfondibile.      

 

Seppe esprimere, come dice Nino Murineddu in un suo bel saggio critico, con delicatezza e semplicità i moti del cuore, il tema sempre attuale dell'amore.

 

E questo il segreto del suo successo fra la gente colta ma soprattutto fra quella illetterata.

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Percorso letterario      

 

Don Gavino scrive nel Settecento, quando a Tempio si vive un'atmosfera diversa da quella di altre zone, specialmente dell'interno e anche la poesia diventa più fine e acquista ambizioni letterarie perché deve rispondere a un pubblico più esigente. Ecco come va inquadrata storicamente l'opera di Gavino Pes, l'unico poeta veramente geniale della Gallura.

Questo merito gli deriva dal suo fine gusto letterario sbocciato in quella che il prof. Giulio Cossu ha voluto definire Arcadia Gallurese.

Infatti al poeta è stato dato l'appellativo di. Metastasi o Sardo perché ha saputo adattare felicemente la metrica arcadica nazionale al suo dialetto. Letterato fine e sensibilissimo, il Pes ha preso come modelli gli autori nazionali di canzonette amorose dove le parole perdono il loro significato logico per risolversi in puro suono e sciogliersi in musica. il nostro poeta è stato anche definito il Catullo Gallurese in quanto nella sua poesia la vicenda sentimentale è riprodotta con sfumature .che vanno oltre i contrasti psicologici tra amante e amata che ci richiamano la poesia stilnovistica con la concezione della donna angelo ammodernata però con la galanteria metastasiana e la civetteria settecentesca sulla reminiscenza del "Odi et amo" catulliano.

Nella poesia di Don Gavino si può anche intravedere un pizzico di petrarchismo. Il Petrarca aveva composto per Laura il Canzoniere, la prima lirica espressione di uri sottili tormento d'amore. Anche Don Gavino scrive poesie d'amore per la donna amata che, dice, ha intenzione d'amare, se è possibile, oltre la morte.

                                                      ...

                                                                                      .                               .

Ancora dapoi moltu

Si possu, ti decu ama.

 

Intes 'agghju di chi c'ha

ghjentì in dì mali di me

chi no ti 'oddhupiù bè;

chissu è lu contu chi poltu,

Ancora dapoi moltu

 

Si possu, ti decu ama.

 

Comu pò vinè chiss 'ora

chi eu no ti sia amanti,

sempri ch’aggja lu rìspiru?

Sì da suttu tarra ancora

t'agghju a manda dugn 'istanti

d'amanti un caldu suspiru?

Comu c'ha ghjentì m'àmmiru

chi lu possia immagghjnà.

Ancora dapoi moltu... etc.

Ma il componimento in cui sono più evidenti i motivi petrarcheschi è "Lu Tempul" che è anche la più famosa e conosciuta poesia del Pes che ci richiama la lettera del Petrarca: "Ad Phìlippum Cavallicensem, de inextimabili fuga temporis".

In questa lettera diretta a un vecchio amico, il Petrarca tratta, come riassumendo una serie di motivi sparsi non solo nell'epistolario, ma in tutte le opere in latino e in volgare, un tema molto congeniale al temperamento dello scrittore e del poeta: la fuga e la brevità della vita.

In una parte della lettera sono citati alcuni versi di Virgilio che suonano cosi: "Breve e irreparabile è per tutti il tempo della vita" e ancora "Ma fugge frattanto, fugge irreparabile il tempo", "Nel tempo concesso ai miseri mortali, se c'è un'età più bella, essa fugge più in fretta delle altre: le succedono presto le malattìe, la triste vecchiezza e lo stento, e poi la rapinosa inclemenza della dura morte.

 

Si legge nel Pes :

palchì no torri dì tempu passatu?

Palchì no torri dì tempu paldutu?

Torra alta lolta, forra a fatti meu,

tempii impultanti, tempu priziosu,

tempu chi vali tantu cant’e Deu,

un cori benfattu e viltuosu.

Troppa a distempu o tempu cani, arreu       

a cunniscittì (oh, pesu aguniosu).

Cantu utilosu mi saristi statu,

tempu, aènditi a tempu cunnisciutu!

 

 

Palchi no torri, di, tempu passatu... etc.

Tempu, chi sempri in ghjusta prupulzìoni

di lu tò motu in gjiru andi a la sfera

aggji di me, tì precu, cumpassioni,

ritorrami a prinzipiu di carrera ;

di l'anni mei l'ultima stasgioni

cunvèltila alta 'olta ìn primmaera.

L'esse lu eh 'era a me sarà nicatu,

chi insensibili tanti ani uttinutu?

Palchì no torri, dì, tempu passatu... etc.

L'album tristu, senza fiori efrondi,

vinutu maggju acchista frondi e fiori;  

a campu siccu tandu currispondi

un beddu traciu d'allegri culori.

Supelbu salta di 'arru li spondi

lu riu d'istìu poaru d'umori.

E l'antìcu vigori rinnuatu

no sarà mai in un omu canutu?          

:      -                                                                                                                         - -                         .."-'        .                    *

Palchì no torri, di, tempu passatu... etc.

Tempu dispriziatu, torra abaii,

ch'aggju di ca sé 'tu cunniscimentu.