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Gianfranco Garrucciu, intitola questa sua
prima raccolta,
In cilca di l'assentu, alla
ricerca di quella pace interiore che evoca
la "profondissima quiete". Solo la fine
della vita da un senso alla vita. E il
sapere
sulla vita
è quello proprio della poesia.
Quello trasmesso dai padri ai figli con
l'esempio di una vita onesta e di una
coscienza
pulita. Per questo il poeta ringrazia
il padre: "A babbu ch'è
statu nai / in fammi 'idé lu mundu / e gjugn'àttimu sigundu, / comu si mai e mai , / m'è
statu dulci e grai / ill'ànimu prufundu /
fundu di 'ita
antica / tricu di bona spica".
Spesso mi sono chiesto quale sia la lezione
che la poesia sarda, e quella gallurese in particolare, voglia consegnare alle
generazioni
successive. La contemplazione della natura aiuta certamente a capire
l'esistenza in
relazione al tempo infinito e
allo spazio infinito ma anche in rapporto
alle emozioni che tentano di renderla
accettabile. Il poeta
è fiero di appartenere
a una tradizione poetica forte e vitale
che sa unire la musicalità
del significante
alla profonda
severità del significato che sa aiutare gli uomini a divenire
saggi e a
valorizzare le poche gioie che la vita può
offrire. Le analogie e le
metafore di Garrucciu rinviano continuamente
al tempo, sia alla lunga durata sia al
tempo soggettivo, al manifestarsi
della energia della vita e alla fatica
di mani operose che mettono in
relazione gesti, creature e oggetti
dando loro un orientamento di senso
secondo il distillato di un sapere antropologico
che discende da una civiltà millenaria. I suoi versi, con effetti fonosimbolici,
inattesi e straordinari, sanno gratificare e avvincere il lettore.
Nicola Tanda |