|
MOTIVAZIONI
RICONOSCIMENTI
RECENSIONI
"In cilca di l'assentu" Prof. Serafino Obinu,
Presidente del Premio di Poesia Sarda "Prantaferru", Paulilatino.....................leggi
Da Diario di Antonio Strinna:
"In
cilca di l'assentu", di Gianfranco Garrucciu, pubblicato dalla Edes, è appena
uscito nella collana di letteratura sarda plurilingue "La Biblioteca di Babele",
diretta da Nicola Tanda...........................................
leggi
Da "Sardegnatavola"
Una
persona con cui spesso ci si trova in piacevoli conversazioni, Gianfranco
Garrucciu. Si può discutere di tradizioni, di
Tempio, della Sardegna, di cultura, ma soprattutto di poesia;
della nostra poesia, quella spontanea e quindi della
"sua" poesia, che nasce dal cuore e spazia nella mente sulle ali del sentimento.
Oserei dire poesia di nicchia, ma sarei ingiusto con il poeta, oltre che con
l'amico. Lui, poeta "mietitore" di premi e menzioni, io poeta di me stesso.
Gianfranco è persona riservata, di non troppe parole
..................................................
leggi
(Dalla Rivista culturale e letteraria "GEMELLAE")
Recensione e intervista di Antonio Strinna
LA MUSICA DELLA POESIA
E LA POESIA DEL TEMPO
La dimensione valoriale della poesia, quanto più si distanzia dalla banalità della comunicazione quotidiana e di quella mediatica, ci propone sempre un cammino diverso, originale, le cui forme e i cui contenuti ci affascinano non senza turbare, infine, la tranquillità dei nostri passi e delle nostre convenzioni. Ce lo conferma pienamente lo spartito poetico, profondo e incandescente, di Gianfranco Garrucciu. Dimensione e spartito, appena punti di partenza, che vanno per mare, diventano essi stessi mare, fluidi e docili, esposti ad ogni vento, di giorno e di notte. Sono intessuti di versi che discendono fluidi fin nei cupi meandri della memoria, diventano voci lontane, suoni primitivi, giù in fondo, quasi si annullano nel silenzio, ma portano ovunque la coraggiosa intenzione di incontrare l'uomo. Senza maschera, senza ipocrisie, senza potere, insomma proprio l'uomo, con i suoi vizi, i suoi dubbi, le sue debolezze.
Ed è proprio allora che incanto e disincanto s'incontrano e si fondono nella naturale armonia dei versi, quelli di Gianfranco Garrucciu, fra risonanze, richiami e rime, dove ogni visione è sospinta da uno spirito inquieto che lievita e si diffonde in un vasto registro espressivo. Ora lieve, ora deciso e dirompente. Talvolta intimo e discreto, talvolta padrone dell'orizzonte. E' un registro non retorico né artificioso, ma illuminato e denso di una umanità, direbbe Pasolini, propriamente autentica, in quanto viva e vitale, sorpresa nella sua quotidianità. Ed è così che questa dimensione, spoglia e silenziosa, accogliendo e coniugando le inevitabili contraddizioni dell'esistenza, si trasforma coerentemente in vita e in poesia. Sto parlando, in particolare, di “In dì di branu”, poesia in rima con la quale Gianfranco Garrucciu ha vinto il 1° Premio alla 16 edizione del Premio di poesia sarda delle ACLI.
Pront'è la ‘ela pal currì in mari/ un mari di bunaccia e chena ‘entu/ chici a briddà so' sì l'antichi fari/ chi mi dani la luci di l'ammentu/ pensamenti netiti e a me cari/ li speri di lu me' cunniscimentu/ chi lu momentu indulci di l'accisu/ e salpa la me' balca cun unu risu. (IN DI' DI BRANU).
Al sospirato ritorno della primavera, la vita si ritrova accesa da nuovo ardore, da rinnovate speranze. Così, dopo il lungo e sofferto travaglio dell'inverno, scopriamo che niente è trascorso invano, neanche il tempo più crudele. Dopo tanta attesa, tutto può ricominciare anche per l'uomo canuto e invecchiato. Ancora una volta, l'incanto è tornato negli alberi, dove ritroviamo lo stupore del sogno, di adulti e bambini. Ancora una volta la vela può riprendere il mare, una vela desiderosa di viaggiare illuminata e riscaldata dai ricordi, dal di dentro.
Come “In dì di branu”, un po' tutta la poesia di Garrucciu si rivela speculare all'uomo, dilatando e rinnovando la sua spazialità interiore, sociale e temporale, la cui tensione non può non interrogare l'uomo, suscitare dubbi e domande, incalzando così il suo procedere materiale e insieme morale. Talvolta troppo sicuro di sè, quasi sempre fintamente sicuro.
Vecchju,/ chi polti, straccu,/ lu pesu di l'anni/ in chissi spaddi/ e debbili t'appoggi / a l'anticu cumpagnu / furatu pa' bisognu / a chid'uddastru /chi coi a lu tempu / cun pudori e dignitai/ lu to' sigrettu,/ fammi affaccà, un pocu, / a lu balconi abbaltu,/ in casa toia… (VECCHJU).
Il rapporto fra presente e passato diviene qui esperienza, mai banale nostalgia, diviene provata esperienza capace di congiungere l'inizio e la fine, nel gesto della testimonianza, della condivisione e infine dell'uomo -nudo e vero- che attraverso altre storie tenta di rinnovare se stesso, magari nel segno della fedeltà. Il futuro, attraverso il giovane e il vecchio, si guarda attentamente nello specchio -affollato come la memoria-, del passato. I segreti, soprattutto quelli della vita, sono racchiusi nel grembo del passato. E del tempo. Fra tutti i suoi passaggi, ripetuti infinite volte eppure sempre diversi, imprevedibili. Sono segreti conquistati con fatica e sudore, fra infiniti errori e smarrimenti, e incalcolabili cadute, sospesi tra la notte e il giorno. E come vorremmo ritrovarli tutti, guardarli dentro gli occhi, quei segreti confusi al mistero, come vorremmo non averne perso nessuno!
Li conti ch'aggju ‘ntesu/ di cioani illu mundu!!!/ Balchi culati a fundu/ d'un mari ormai arresu,/ passi d'un baddu tundu/ da tutti mai cumpresu,/ incesu ha l'intimitai/ lu focu di la sulitai. (SULITAI).
Ed ecco i conti col futuro, con i giovani. Alcuni da fare, altri persino già conclusi, spesso per rassegnata malattia, i cui esiti mettono a dura prova anche la speranza. Sono conti difficili e tortuosi, fatti di speranze e di tante cadute. Certe volte sono barche fragili e senza direzione, che affondano in mare aperto, nel deserto della società contemporanea, spesso nel gorgo profondissimo della solitudine. Le onde dei versi, quelli di Garrucciu, descrivono e insieme prefigurano le tumultuose avventure dell'uomo, il suo vagare continuo e insaziabile, un tormento talvolta senza meta. Il gioco della vita non è uno scherzo, sembra dirci, è una partita che si gioca tutti i giorni, e ogni volta mette in ballo il suo destino, la vita stessa. Di questo e di tanti altri drammi vibra la poesia di Garrucciu, non senza attese e umane sollecitazioni, sempre avvolte da suggestioni mirate al riscatto dell'uomo, quanto più è solo e precario.
Premi di poesia sarda in genere, Premio Faber e Premio Nosside -intreccio di poesia e musica-, potremmo definirli come i testimoni di uno stile, quello di Garrucciu, testimoni che lo hanno reso protagonista di grande valore, non soltanto in Sardegna. Semplice e ruvido, in apparenza, emerge distillando la saggezza e l'anima popolare che lo hanno cresciuto e condotto fin qui. E dunque, i contenuti e le forme che si snodano fra passato e futuro, una sorta di dialogo continuo con imprevedibili stagioni, nella poesia di Gianfranco Garrucciu diventano anche canto, frutto della sua terra, voce della sua gente come del silenzio, infine musica del tempo. Riconciliazione e armonia che uniscono il viaggiatore e il viaggio, laddove ancora sempre più arduo appare l'attraversamento: quello del tempo.
INTERVISTA A GIANFRANCO GARRUCCIU
1) La variante linguistica gallurese ha sempre avuto una particolare musicalità, potremmo dire solare, allegra, di grande estensione, che esalta sia la musica che la voce. Insomma un colore e una suggestione musicale che ha sempre affascinato i sardi e per ultimo Fabrizio De Andrè che l'ha scelta per le sue canzoni. Quale rapporto si può individuare, secondo te, fra il carattere della lingua (parlata e cantata) e il carattere dei galluresi?
Credo che il rapporto esistente tra la lingua e il carattere dei galluresi sia molto stretto. Noi, anche per una questione storica e di posizione geografica, siamo stati sempre costretti alla contaminazione, per cui abbiamo risentito direttamente di chiunque abbia messo piede nella nostra gallura. Volta per volta abbiamo “dovuto” (forse) assimilare quanto ci veniva proposto e imposto trasformando quella che era una lingua sarda in lingua gallurese. Credo che questa flessibilità sia stata determinata proprio dal carattere dei galluresi, un carattere in certi periodi storici non molto disponibile alle sollecitazioni esterne, ma pronto ad accettare ogni innovazione positiva. Da questo ne deriva una lingua musicale, viva, ma soprattutto addomesticata alla dolcezza ed alla delicatezza, caratteristiche non di poco conto per il canto. Credo che Fabrizio si sia innamorato proprio di questo, dell'apertura della gente di gallura, dei suoi modi di fare e di dire, della dolcezza dei suoi canti a tasgia. Una complicità sfociata poi nella decisione di rimanere in mezzo a noi e di cantare alla nostra maniera.
2) Tu scrivi le tue poesie in gallurese, ovvio; ma attingi al gallurese anche come cultura e come tradizione? Ritieni importante conservare le tue radici anche nel terreno della poesia?
Io scrivo in gallurese, quello che si è sempre parlato in famiglia, come dico spesso: “attingo a quel vocabolario che nessuno ha, che è stato mio padre, che è mia madre”, un vocabolario non certo recente, ma decisamente genuino, quello che si parlava almeno cento anni fa. Credo che le radici e la cultura gallurese siano già insite nel nostro parlato, questo indipendentemente dal fatto che ci si rifaccia o meno alla cultura dello stazzo nell'uso della lingua; si tenga poi conto che molti di noi e dei nostri padri hanno vissuto reltà diverse da questa durante il dopoguerra, l'industrializzazione, la società globale. Oggi molti mestieri, ad esempio, non esistono più: quante parole o modi di dire si sono persi perché non si usano più? Ma quanti altri invece si sono affacciati ed entrati nell'uso comune? In sostanza credo che la lingua (antica o recente) sia la mia radice, perché racconta da dove vengo, e con le sue contaminazioni e modificazioni mi dice dove devo andare.
3) Ogni poeta scrive con uno sguardo particolare: rivolto al passato o al futuro, intimista o invece mirato a un orizzonte più vasto. Qual è, di solito, la tua scelta personale nel fare poesia?
Il modo di fare poesia, quando ci si riesce, è dettato dallo stato d'animo in cui ci si trova, dalle situazioni o dagli stimoli che arrivano dall'esterno, per cui a volte ci si trova a raccontare anche di nostalgie e vecchi ricordi, ma a volte si cerca di affrontare temi estremamente impegnativi e attuali sui quali è impossibile tacere. Certe volte è una poesia intimista, che scava dentro le mie inquietudini, descrive i dubbi, i tormenti, le incertezze, ma altre volte è orientata ai problemi di oggi, vive ed esprime quelle condizioni di emarginazione e di solitudine che invadono, spesso in un ingombrante silenzio, la vita di ogni giorno.
4) Ogni poeta ha una sua idea di poesia, sia per quanto riguarda la forma, sia per quanto riguarda i contenuti. L'ultimo Premio importante che tu hai vinto è quello organizzato dalle Acli delle Sardegna, e lo hai vinto con una poesia in rima: è questa la tua scelta abituale? E poi, quali sono i temi che tu prediligi e che proponi di più nelle tue poesie?
Io ho cominciato a scrivere in gallurese utilizzando la rima, cercando di rifarmi, per quanto possibile, al nostro grande poeta don Gavino Pes. Analogamente, nella poesia che ho presentato al premio delle Acli di quest'anno, ho continuato a usare questa forma, ma non disdegno però di comporre anche in versi liberi, dove, secondo me, si è più se stessi. La rima è una costrizione che poi porta alla ripetizione di versi o di parte di essi. Per quanto riguarda i temi trattati, credo che tutto si possa riassumere in un concetto: la vita è un percorso caratterizzato da molteplici avvenimenti. In esso si dibattono passioni e incertezze, aspettative e delusioni, desideri, sogni ecc. In questo tormentato trascorrere di sentimenti, spesso contrastanti, rimangono tracce indelebili e molte ferite, talvolta insanabili, che poi sono i nostri problemi di ogni giorno, la nostra incapacità di risolvere i conflitti, l'impossibilità di raggiungere un sogno, quello tanto cercato, come nella poesia presentata alle ACLI: “In dì di branu”.
5) Una tua poesia, musicata da Vincenzo Murino, ha vinto la terza edizione del Premio Faber e poi anche un premio letterario a livello nazionale, il NOSSIDE di Reggio Calabria, sempre con la stessa poesia cantata. Ci puoi raccontare, a conclusione di questa intervista, la tua esperienza musicale?
Quando ho sentito le prime melodie che Vincenzo aveva accompagnato alle mie poesie, nella preparazione del Cd dal titolo “Undi compri lu ‘entu” rigorosamente in gallurese, sono stato colpito subito dalla loro originalità, ma soprattutto un aspetto mi ha sorpreso: pur dando l'impressione di una costruzione melodico-moderna, le melodie avevano all'interno numerosi passaggi, sapientemente dosati, di tessitura tradizionale che esaltavano ancora di più i miei versi.
Mi resi subito conto che bisognava trovare una soluzione professionale in grado di dare spazio e visibilità a quanto eravamo riusciti a mettere insieme. E qui devo un sentito ringraziamento al Sindaco di Bortigiadas, Luciano Dessena e all'amico Mario Mela che hanno creduto nella fattibilità di questo CD di poesie galluresi musicate e che ci hanno dato le motivazioni sufficienti per la sua produzione.
Quando partecipammo al Premio Faber 2003, lo facemmo con la convinzione di proporre un buon lavoro, per altro riconosciuto poi ampiamente dai qualificati esperti della Giuria. Non ci aspettavamo di vincere, sapevamo che gli altri concorrenti avevano buone capacità e qualcuno anche altre esperienze simili alle spalle. La soddisfazione fu doppia, primo perché inaspettata, secondo perché ottenuta dove la concorrenza era più spietata, cioè in terra nostra. L'esperienza del premio internazionale Nosside-Caribe ci ha riservato sicuramente un sapore diverso, in quanto era diverso il rapporto di confronto. La poesia cantata (questa la sezione di partecipazione) ha vinto mettendosi in gioco con poesie di altre regioni italiane e di altri paesi del mondo (Cuba, Brasile, Germania, paesi africani ecc) e tutto il contesto ha avuto di conseguenza un risalto internazionale. Diversamente dal Faber, il Nosside premia l'autore della poesia anziché l'interprete perché questa sezione è inserita all'interno di un concorso letterario che presenta altre sezioni: poesia, prosa, poesia in video, ecc.
Sono stati comunque due ottimi risultati, di sicuro gratificanti, che mi premiano per un lavoro piuttosto faticoso e non privo di difficoltà.
|