Gaddura Poesia e Cantu
   
   
   
  By Sebastiano Posadinu

INTRODUZIONE


 
Tempu disprizziatu, torra abali
ch'aggju di ca' se' tu cunniscimentu
torra oggji chi cunnoscu cantu 'ali
chi pruarè' tutt'altu trattamentu.
Ah, d'aetti trattatu tantu mali
no possu ditti cantu minni pentu.
Cunniscimentu, ah, cant'ài taldatu!
a passi troppu lenti se' 'inutu.

 
Così Don Gavino Pes, (definito il Catullo Gallurese)(Don Baignu per tutti noi), poeta dialettale tempiese del Settecento, si rimproverava di non aver utilizzato bene il suo tempo e ancora:

   
troppu a distempu, o tempu caru, arreu
a cunniscitti, o pesu aguniosu!
cantu utilosu mi saristi statu
tempu aenditi a tempu cunnisciutu!

   
e mentre si rammaricava di avere perso il suo tempo, che forse avrebbe utilizzato diversamente vista la sua condizione di prete che ha "cantato" molto e con arguzia dell'amore profano, di amanti e di passioni d'amore (forse le sue), ci lasciava queste bellissime poesie, giunte sino a noi in buona parte per via orale, attraverso "li canzoni" che sono state da sempre il veicolo di trasmissione, di generazione in generazione, della lingua gallurese e conseguentemente delle nostre tradizioni popolari attraverso i secoli. Basta ricordare "lu cantu di graminatoggju" (durante la cardatura della lana) o "la sirinata" (fatta sotto l'uscio dell'innamorata) più comunemente chiamata "disispirata" e poi "li mutti", "lu cantu a tasgia" ecc. 

   
Anche oggi il mantenimento e la diffusione delle tradizioni popolari della Gallura passano attraverso il recupero della lingua e la poesia e il canto che sono il mezzo con cui i nostri padri ci hanno consegnato tutto il bagaglio della loro conoscenza e delle loro esperienze devono saper interpretare il malessere presente e i suoi difficili segni, senza disperdere il grande patrimonio di questa terra, i ritmi e le cadenze di secoli di canto. 
Queste pagine vogliono essere un contributo, seppur piccolo, all'identità di un territorio che non vuole perdere le sue radici sotto il peso insistente di una società globale fatta di sole immagini e di una economia in cui le piccole realtà pagano il prezzo più alto.
E' un modo per non ritrovarsi un giorno a rimpiangere il tempo perduto
.



La me’ notti 

          

 

In chistu anninnià  mutu e custanti

chi d’umbri e sonnii  laca lu saori

m’aggj’a cilcà un locu

a accucciucciammi.

S’è la me’ notti un rancicu trimori

in middi frini

e li cuidati sdrisgini la trama

infilzuta a filu fini illu me’ traciu

mill’aggj’a risalvà, sola, un’agnata

undi l’anneu s’infitti a carignammi.

E chistu cantu dulci

chi m’accumpagna, dilicu,

ill’andà di li me’ passi sculzi,

inn’azzi e bicchi,

indrentu più mi feri come lama

lachendi a lu sintitu solu pientu

e un cuatoggju buggju

silinziosu.

Ed eu in chissu cuciu…

…chi m’aggj’a affagnà

a li spiranzi e a l’ori chena tempu

a li dissigni ‘ani  incantatori,

a chissi fili debbili,

riflessi,

chi come codiluci dani un signu

a l’umbri fittiani

illa me’ notti.                                               

 

LA MIA NOTTE

In questo cullare muto e costante\che d’ombre e sogni lascia il sapore\cercherò un posto/a rannicchiarmi.\Se è la mia notte un rancido tremore\in mille soffi gelidi\e le ansie scuciono\la trama\ imbastita con filo fine nel mio drappo\mi riserverò, solitario, un angolo\ dove la noia si infittisce  per accarezzarmi.\E questo canto dolce\che mi accompagna, delicato, nel procedere dei miei passi scalzi,\tra lame taglienti e punte acuminate,\mi ferisce ancor più nell’anima\come un rasoio\lasciando al sentimento solo il pianto\e un nascondiglio buio\silenzioso.\Ed io in quell’angolo…\…lì mi stringerò \alle speranze e alle ore senza tempo\ai progetti vani illusori,\a quei fili deboli riflessi\che come lucciole\segnano\le ombre ricorrenti\della mia notte.


     

                                                                          

               


  Gianfranco Garrucciu

gianfrancogarrucciu@tiscali.it