Sono di seguito riportate alcune delle motivazioni dei riconoscimenti conseguiti, estratte dalle antologie dei premi letterari in lingua sarda.

 

Premio "Prantaferru" Paulilatino 2007

E intantu intrina (Arimani...come oggji)

 

Poesia di forte concentrazione e dalle marcate valenze simboliche quella di Garrucciu. Il contenuto trattato è esile, ma di sempre scottante attualità: il rapporto tra gli individui e il potere, tra certa politica falsa e ingannevole, certo populismo alla moda ( lu 'ngannu chi trampa la menti), che il poeta denuncia, perché può portare all'evocazione delle soluzioni autoritarie e dell'uomo forte, adombrato nei due versi rintrona un passiziu/ e middi banderi ( tuona un poggiolo e mille bandiere),dove quel poggiolo richiama un certo balcone, di una certa piazza, di Roma, in certi anni non troppo lontani.

Ma che cosa fa di un tema esile e di attualià ricorrente una poesia, una bella poesia, una poesia riuscita? Sono, evidentemente, in primo luogo, le scelte di stile.

Richiamo l'attenzione di chi legge sul verso iniziale E intantu intrina ( E intanto tramonta, cadono le ombre della sera), collocato in una posizione di immediata evidenza e di rilievo strategico, in apertura della lirica. Il verso viene poi ripreso nella parte conclusiva a chiudere il componimento in una cornice simmetrica.

Il tema è poi trattato con rigore formale e densità fonica. C'è un uso raffinato degli strumenti lessicali. I versi ( quinari e settenari in prevalenza), sono brevi, secchi ed esprimono una liricità rarefatta. Sono da apprezzare, come si è già accennato in apertura, le soluzioni simboliche date alla concentrata trattazione del tema.

La lìngua è sostenuta. Sono frequenti le allitterazioni ( specie della r e della t), che ben si prestano ad esprimere l'aspra solitudine dell'uomo comune nei rapporti con il potere, che utilizza gli strumenti della dialettica politica come armi di guerra tra nemici contrapposti. Bellissima fra tutte l'allitterazione della t nel titolo E intantu intrina, che, con il suo suggestivo rilievo sonoro, rimarca quasi l'ineluttabilità ( ieri come oggi) nel calare metaforico delle tenebre ( lu 'ngannu chi trampa la menti) ill'umbri cuati/ illi disìci più folti/ illi sònnii palduti/ illi ispiranzi gjà molti.

 

Versi che fanno pensare a una metafora più generale della solitudine della condizione umana nel rapporto con il potere.

 

                                                    Il Presidente della giuria del Premio “Prantaferru”

                                                                        Prof. Serafino Obinu

 

 

 

Premio "Giorgio Pinna" , Pozzomaggiore 2007

 

"Dulci"

 

L’autore conferma una notevole capacità nel cogliere, in maniera misurata e sempre personale, i fermenti culturali della grande letteratura nazionale ed internazionale ma si rivela, anche, un vero rinnovatore della varietà gallurese: nel lessico di Gianfranco Garrucciu, infatti, convivono, con equilibrio, termini consolidati della tradizione poetica e altri, di uso quotidiano, che acquistano però significati nuovi. La lirica, con sapiente controllo degli espedienti retorici (le pause logiche sono sempre sottolineate dagli “a capo”, la parola chiave dulci è frequentemente ripetuta ma mai abusata), è articolata in un lungo climax e si chiude con un ossimoro, quasi un epilogo non risolutivo per il lettore, che sembra attestare la labilità e, forse, anche i pericoli nascosti della passione amorosa capace di suscitare profondi abissi e dolci castighi.

                                                                                            Prof. Simone Pisano.

 

Premio “Bardia” Dorgali 2006

Ambarendi lu dì

 

“Prima di vivere un nuovo giorno, si passa sempre attraverso la notte. E l'esperienza quotidiana dell'uo­mo provato dalla vita; esperienza materiale e temporale, ma anche metafora che riassume il volto di un'attesa scandita in ogni desiderio, respiro e passo. Ci ritroviamo ad aspettare il giorno, magari uno straor­dinario, che non ci faccia soffrire invano, innamorare invano. E dopo tanto attendere ed aver vissuto quan­to la vita ci ha concesso, non ci rimane che chiederci: che cosa e rimasto di tutto questo? Di un incontro, di un'amicizia, di un amore? Che cosa rimane della propria pianta, di tante speranze travolte dalla, conente del fiume. La risposta e fatta di ombre, dice il poeta, ombre della luna che si confondono con quelle del so­le, ombre che ancora ripropongono, l'attesa, di un giorno nuovo. Ma infondo basta il tempo di una poesia, con le sue ali inconfondibili, per volare al di sopra di tutte quelle ombre e per ritrovare il senso, non più smarrito, di un altra preziosa attesa.”

 

                                                                                                                                                                                                      

                                                                                                             La Giuria

Premio di poesia e favola sarda “Antoni Paba” Giave  2006

Primo Premio

 

"TARRA DI NISCIUNU"

 

“Gli attori di un tempo, allora sicuri padroni della scena, sono ridotti ormai a delle ombre silenziose. Ma dove abitano? Come vivono? Cosa sperano? Sono domande che non sfuggono al poeta, a questa palpitante poesia, sono domande che lievitano in questi versi sospesi nella spazjalità della memoria e insieme in quella del tempo. Da questa prospettiva, così' umile e minimale, lò sguardo di queste ombre - attraverso gli occhi del poeta -, rivedono l'ammucchiarsi a grup­pi di foglie rinsecchite "come pecuri timurosi", sono foglie portate dal vento che mulinano intorno a delle pietre, sull'aia, che infine si posano sulla soglia di una vecchia casa abbandonata.

Ma anche la casa appare inanimata, soltanto la natura le concede di respirare, ma di rovi ed erbacee, di silenzio e di solitudine. Niente rose, margherite o pro­fumi. Tutto qui è sommerso, anche ricordi e racconti lontani, i fiori selvatici fan­no il loro gioco, a caso. Non c'è padrone, né animali,jiè memoria, sopravvive soltanto un carro, muto e dimesso. A tutti - al vomere, al giogo, alla roncola -, manca la luce, la vitalità, il domani.

Alle ombre di questi attori, dice il poeta, non rimane che sorvegliare, da sole, la sera, questa terra di nessuno. Una storia è finita, non lo si può negare, ma la poesia non si rassegna, non accetta di cedere all'oblio né questa terra né questa storia. E i frammenti che compongono questa poesia ci appaiono infatti come quei sentieri, quegli oggetti e quei gesti, ancora una volta riconsegnati alla vita e al tempo, anche al tempo a venire.”

 

La Giuria

 

 

Premio “ Issir” 2006    Ittireddu

 

Narachi Nieddi  (terza classificata)

 

“Sos runaghes nieddos si fican soberanos subra a alvures e maias de s’Anglona; guardianos de pedra aisettan chi su sole iscaldat sos aposentos frittos e dian lughe a sos cuzolos iscurosos. Su sonu bellu de peraulas e versos, sas figuras chi isculpini paragones potentes, dan corpus a su disizu mannu de una naschida noa

                                                                                              La Giuria

 

 

 

Premio “Sa Quartina” decima edizione 2006,  Meana Sardo

 

S’aristi un donu” (terza clasificata)

 

 

“l’autore svolge con efficacia l’eterno tema poetico dell’amore, in vivace lingua gallurese con quartine rimate. La poesia scorre analizzando tutti gli argomenti che possono esorcizzare, attraverso il rifiuto, l’amore per l’amata, sino alla confessione finale di non poter resistere senza di lei. Echeggia il verso in gallurese di don Baignu Pes, “no si pono risistì / chisti dui estremi folti / lu ‘idetti è la me ‘ molti / lu no videtti è murì….

 

                                                                                                                  La Giuria

 

PREMIO  POESIA  SARDA – DORGALI  2005

1° Premio

 

Soli palchì ti pesi?

 

 

      “Soli palchi ti pesi?” E come il sole si alza anche qualunque sentimento, il desiderio, la speranza, i sogni, la passione. Molte cose si muovono nella vita dell’uomo come muscoli involontari, spesso nella sua inconsapevolezza, a sua insaputa e senza che lui lo voglia. “Mi rivolti tutto e senza una ragione”, dice il poeta, avvertendo così l’impotenza a cui talvolta è sottomessa la condizione umana. Così succede che, mentre il sole procede nella sua corsa, l’uomo sente il bisogno di non affrontare un nuovo giorno, vorrebbe una sosta, che poi si traduce in spazio e profondità della coscienza, dove possa ritrovare forza e senso del quotidiano viaggiare. Ma il sole non dà ascolto a nessuno, detta il tempo, il ritmo della vita. Un ritmo perentorio che qui s’intreccia con quello della poesia, ricco di pulsioni, sonorità e colori, denso e vitale nello stupore del suo tormentato interrogarsi, costituendone infine lo statuto. Lo stile di Garrucciu procede così in una commistione di luce e di buio, di contraddizione e di armonia, il cui approdo è un equilibrio che i versi sostengono con levità e sicurezza."          

                                                                                                              La Giuria

 

 

Seconda classificata      Prantaferru 2005

" A gjugna cioccu di gjanna "

 

II tema della solitudine dell'uomo e della precarietà della sua esistenza, uno dei temi più cari ai poeti del Novecento, è anche a1 centro di "A gjuiina cioccu di gianna ".

Il quadro tracciato da Garrucciu con una forte carica di concentrazione lirica è caratterizzato da un'estrema desolazione, il poeta analizza l'intimo disagio dell'uomo e mette a nudo il suo senso di angoscia, di estraneità alla vita, di gelo della condizione esistenziale. Inevitabile la chiusura in se stessi, il rifùgio in una vita arida in cui il tempo stesso si ferma e il futuro non ha nessuna attrattiva: in una solitudine estrema, insensibile "a gjugna cioccu di gianna" ( a ogni bussare alla porta), che poteva prefigurare simbolicamente una qualche possibilità di aprirsi agli altri ,un qualche aspetto di positività.

Una negatività assoluta, quindi. La lirica evidenzia il carattere introspettivo della ricerca poetica di Garrucciu, ricerca che è per lui strumento di scavo interiore.

La composizione trova altresì nella parola scarna, lontana da ogni compiacimento melodico, una notevole forza di incisione e di sintesi.

Validissimo, quindi, il risultato ottenuto, che evidenzia le qualità che stanno portando l'autore ad occupate un posto di rilievo nell'odierno panorama della poesia isolana.

 

 

                                                    Il Presidente della giuria del Premio “Prantaferru”

                                                                        Prof. Serafino Obinu

 

 

PREMIO A.C.L.I. 2004    SENEGHE

In dì di branu

 1° Premio

 

“Gli uccelli si apprestano a cantare e insieme a loro tutta la natura, i torrenti, gli alberi, il sole, i sentieri... Con la primavera la vita si ritrova accesa da un nuovo ardore, da rinnovate speranze; niente è passato invano, neanche il tempo più crudele, tutto può ricominciare anche per l'uomo canuto e invecchiato. Ancora una volta la vela può riprendere il mare, ora un mare di bonaccia, senza vento, una vela desiderosa di viaggiare illuminata dai ricordi. Ed ecco: la barca salpa, ci dice il poeta, perché tornano i sogni e la primavera; la barca naviga perché la sospinge la forza di un sorriso.

Nell'albero è tornato l'incanto... La vela è pronta per correre in mare... Così, incanto e disincanto si incontrano e si fondono in questi versi, in un dialogo poetico e in spirito di armonia. Ed è proprio allora, per la sua delicatezza, per le sue suggestive figurazioni e per le vitali proiezioni che ne derivano, è proprio allora che questa poesia si rivela speculare all'uomo: dilatando e rinnovando il suo orizzonte intcriore, sino a trasformarlo in orizzonte temporale, la cui tensione non può che essere spiritualmente esistenziale.

                                                                                         

                                                                                                                    La Giuria

 

Premio “Santu Antoni de su O’U” Mamoiada 2004

 

LA NAI DI L'ASETTU

 

“Poesia de sinnificu artu: s'omine, in s'andare suo perenne, non resessit de accatare pasu. Sas festas accabban e morin, chin sas trampas e sas isperanzias. Arbeschet su cras chin sos isettos nostros faddinos. Sos versos, che i sos bentos chi carinnan milli caras, ponen fattu a sas undas de su mare chi bocan a luche, in sa mimoria, pessamentos poeticos de respiru profundu.”

 

                                                                                                 La Giuria

 

 

Premio "Prantaferru", Paulilatino 2003

 

Staséra

 

Altamente suggestiva e densa di accenti poetici la lirica presentata dal concorrente.

La vita della natura sembra spenta: nessun rumore rompe la quiete; il silenzio avvolge tutto; nulla di umano sembra turbare la sognante atmosfera di pace.

    

      “tuttu è felmu

       ne urruli e ne fiami

       ne suffrimenti o scrami

       illi canali drummiti.”

 

 E’ un’atmosfera di stupore e di grande fascino. Nell’incanto di un momento di calma serale si spengono per un attimo le ansie: è il momento della solitudine e della riflessione. Ma nel silenzio e nella solitudine permangono palpiti sottili e un senso di inquietudine: il poeta avverte i richiami di un’umanità dolente che chiede aiuto, ombre solitarie che corrono a “Lu traggjetu” , al guado, il punto di approdo a cui ognuno giunge al termine del percorso della propria esistenza.

Nelle limpide immagini poetiche l’autore dimostra di aver raggiunto un valido e maturo modulo espressivo e così nella versificazione originale e moderna.

Valga per tutti il bellissimo verso “chi sirèna la séra, staséra” che con l’allitterazione delle “s” cerca delicati effetti fonici e nella pacata enunciazione delle parole evoca la diffusa atmosfera di silenzio sognante.

 

                                                                                       Il Presidente della Giuria

                                                                                         Prof. Serafino Obinu

 

PREMIO MONTANARU   DESULO 2003

 

"L'ultima Gjanna"

 

La poesia denota un uso sapiente della tecnica poetica, evidenziato sia dalla forza della sestina rimata che dall'anafora. La ripetizione del verso iniziale nelle prime due strofe, subisce una leggera ma graduata variazione anche semantica nelle stanze successive che costituisce un elemento di novità e virtuosismo letterario. Immagini evocate con nostalgia e consapevolezza esistenziale si snodano nel testo come una nenia; una preghiera che agogna a ribaltare la "porta" della vita che si chiude in un respiro di apertura di libertà.

 

                                                                                                        La Giuria

 

 

PREMIO NOSSIDE   REGGIO CALABRIA 2003

 

UNDI COMPRI LU ‘ENTU” vincitrice della sezione “Poesia in Musica”

 

 

Toccante rappresentazione d’istanti di vita sofferta e struggente canzone d’amore (immaginiamo filiale), che sboccia come il fiore della vita nella sabbia della morte, là dove finisce il vento. Il poeta con il suo canto che sembra sgorgare dal cuore di una bianca conchiglia, chiama a danzare le sirene e accende fuochi e lampare per liberarsi finalmente dai neri artigli  della sofferenza che hanno stritolato  il suo cuore e gli hanno impedito di dare serenità alla persona amata in lotta con la morte. Il poeta si ravvede, quindi, sulla sua errata convinzione di inutile pessimismo che ha solo sottratto, a se stesso e agli altri, quelli che potevano essere gli ultimi attimi di felicità. E improvvisamente l’alba sorge dal mare delle tribolazioni e dipinge un arcobaleno di speranza: “…Il vento ora mi accarezza/e mi pare sincero e soave…”, recita lievemente il poeta e ancora, abbandonandosi al giusto volere dell’altrui sofferenza: “…Tu nel mio cuore decidi/i confini della solitudine/perché sei la voce che degna/dipinge la giusta verità…”. Le sirene  vengono ancora invitate  a danzare sul mare per scongiurare la morte: “…  E lascia che rimangano libere le dolci sirene/così che abbia fine la sorte/di amarti compagna alle pene/avvicinale al cortile (sul mare)/sulla cresta dell’onda che viene/e mantieni questo istante fatale/ perché non hai la stessa età della morte”. La vita e l’amore, dopo le notti di tempesta, trionfano fra i flutti della morte. E quest’ultima, come un vecchio relitto, viene abbandonata, ai piedi dell’altare d’amore e di pianto, là dove finisce il vento.

 

La Giuria

 

 

Premiu Pattada 2003

A NOTTI FUNDA

 

“Intensa lirica pervasa di profonda angoscia per la sorte ingrata che la lotta per la sopravvivenza riserva all'uomo. Il mare in burrasca non restituirà al porto dove sono partiti, inghiottiti dalla nebbia nella notte più fonda, i mille marinai in cerca di fortuna. Ciononostante, la barca del poeta (sotto metafora la vita dell'uomo) a notte fonda è pronta a salpare per affrontare le tempeste che l'esistenza gli riserva.”

 

                                                                                             La Giuria