DON GAVINO PES
Don Gavivo Pes, “Don Baignu” per i galluresi, nasce a Tempio da nobile famiglia il 31/luglio/1724. Sacerdote, poi canonico della cattedrale di Cagliari e ancora Abate Beneficiario della Chiesa di Caresi in Gallura, fu poeta illustre che segnò, con le sue composizioni, l’inizio di una tradizione scritta nella poesia in lingua gallurese che ancora oggi è di riferimento e insegnamento. La sua vita travagliata di amori e gelosie ha prodotto numerosi scritti in cui l’amore, la passione, ma anche il rifiuto e spesso il disprezzo sono il fermento (la "matrica" direbbe un gallurese) su cui le sue liriche si sviluppano con metriche perfette e, nella tradizione popolare, sono diventate spesso, canzoni e “mutti” molto conosciuti, arrivati sino a noi di "binnenna" in "binnenna" (vendemmia), di “graminatoggju” in “graminatoggju”(la cardatura della lana).
Inoltre la tradizione orale, che ci ha riportato tutto quanto prodotto negli ultimi secoli, è carica di aneddoti e di episodi, raccontati e cantati in poesia, che si addebitano a Don Baignu, quasi a farne un mito per intelligenza e squisita finezza nel controbattere in versi alle provocazioni, fatte più per sentirne le risposte che non per offendere.
Ad una vecchia amante, che gli evidenziava la sua condizione di uomo ormai non più virile, rispondeva: “Tu se’ Gjuanna Polca / chissa tantu mintuata! / Uhài, comu se’ turrata / chi mi fai lu schivizzu! / Abali illu to’ muddizzu / mancu più cani vi colca.”( Tu sei Giovanna Porca / quella tanto nominata! / Ah come ti sei ridotta / mi fai schifo! / Ora nel tuo giaciglio / ormai non si corica neanche un cane.)
Don Baignu visse la sua vita soprattutto a Tempio, fatta eccezione per la parentesi Cagliaritana dove era andato per aver accettato un canonicato di quella Cattedrale, e la sua relativa pensione ecclesiastica, a cui aveva rinunciato lo zio paterno, Don Antonio Pes.
Visse comunque in modo agiato visti i privilegi che gli derivavano dalla sua condizione di prete ricchissimo, dedito allo studio dei poeti italiani e latini ed alla composizione delle liriche in lingua gallurese che sono arrivate sino a noi; quel gallurese seppur contaminato, arricchito e ingentilito, delicato e dolce, come la sue “canzoni”.
Finiti le ebrezze e gli eccessi, in età ormai avanzata, smise di poetare, ma non prima di lasciarci quelli che sono stati considerati sicuramente i suoi due componimenti migliori, Lu Tempu e Lu Pintimentu da cui si evince il pentimento dopo una vita sregolata e male usata: “troppu a distempu o tempu caru arréu / a cunniscitti o pésu aguniósu / cantu utilósu mi saristi statu / tempu, aènditi a tempu cunnisciutu.(Lu Tempu)
E ancora: “valgugnósu e cunfusu / a la mé’ trista stanza mi ritiru / di lu tempu l’abusu / piegnu senza rimédiu e suspiru./ Und’éra la ragioni? / Oh chi vita! Oh chi vana occupazioni. (Lu Pintimentu)
Muore a Tempio il 24 ottobre 1795 nella sua casa in via dei Nobili ed è poi sepolto nella chiesa di San Francesco che domina un’ampia vallata dove lo sguardo si perde, lontano, fino al mare, fin dove prima arrivavano i suoi possedimenti terrieri.